Rami di rame, radici di bronzo Roggi
Roggi. Piazza di San Lorenzo. Firenze.
Da lontano le figure snelle e ariose mi chiamano a curiosare.
Mi avvicino.
Sarà che qua è tutto un santo, sarà che siamo all'ennesimo piazzale di una chiesa, sarà che la prima scultura che attira la mia attenzione è il cerchio della vita e che a seguire vedo ulivi e leggo la scritta Humanitas, fatto sta che lì per lì mi sento risucchiata in un vortice, per cui mi aspetto che da un momento all’altro qualcuno mi prenda la mano e inizi a cantare l’inno dell’ACR del 2014 a ritmo di battiti di mani e chitarre strapazzate dagli Agesci. Insomma, ci sono tutti gli ingredienti.
Forse.
Forse manca la colomba.
Per fortuna.
Non è proprio il mio genere.
Nel frattempo mi scappa un sorriso, ma lui mi tiene lì, e bravo Roggi, che nonostante tutto la sua magia sibila. E brava me, che rimango lì, che non è certo facile scavare sotto una prima impressione.
E Roggi fa questo, dall’inizio alla fine: fa guardare oltre, pensare oltre, sentire oltre.
Mi parla di trasformazione.
Roggi piega il metallo. Non è facile immaginare il bronzo, statico, freddo, lontano dalla vita, fondersi con la natura e raccontarci la vita. Il metallo non può crescere come un albero, ma non per Roggi, evidentemente, che lo trasforma in ulivo, gli mette le radici nel terreno, forse le infila nel centro della terra, le incastra nel nostro cuore.
A guardar bene qualcosa di straordinario sta accadendo: quel metallo sta respirando. Ogni piega, ogni curva, racconta la storia degli alberi antichi che crescendo si spezzano e storcono, ma rimangono lì, imperituri, a dare ossigeno. Una storia di resilienza. Un ulivo, una ricerca di pace.
E’ come se le statue che mi circondano fossero una sfida al tempo, alla morte, alla separazione tra l’uomo e la natura. Che il bronzo forse ha più diritto di noi di respirare. Qua dove uomini diventano tronchi, finalmente supportano la vita! Non è quello che dovremmo semplicemente essere?
Non importa quanto sia statico il metallo, qua nulla è un ostacolo, è solo apertura. Sfida il suo destino e diventa il simbolo della natura, di cui noi ci dimentichiamo di fare parte, e Roggi ce lo ricorda.
E poi c’è il guscio. Come un uovo, contenitore di vita. Non è solo protezione, non è solo limite: è quello che aspetta di essere schiuso, è quello che aspetta di diventare. La sua forma sembra sempre racchiudere una possibilità, una potenza che sta per venire fuori. La ruota? Simbolo del progresso, progresso de che? Che non riusciamo neanche a respirare?
E c’è la pallina centrale, che non è solo un dettaglio. È il nucleo, che pulsa, il cuore che raccoglie e che, nel momento giusto, si farà strada. Sarà il punto che tutto farà partire. Quella pallina è un seme che sta per germogliare. Nel senso dell'ossigeno, non del progresso.
E si, aveva ragione la mia prima impressione, Roggi parla tanto di valori cattolici. Ma ci riesce in un altro modo. Non è il solito racconto che ci aspettiamo. Non è il tradizionale simbolo della fede che ti fa pensare solo a quella roba che a me gratta. No, Roggi prende il metallo, l’ulivo, la pallina, l’abbraccio tra uomo e natura e lo trasforma in qualcosa di più profondo. Lo porta oltre. E quando Roggi parla di umanità, la sua non è una riflessione “di chiesa” in senso stretto. È una riflessione universale, un richiamo che va oltre ogni dogma e ti costringe a guardare, a sentire, a vivere come se il mondo non fosse fatto di oggetti ma di relazioni.
In fondo, è di questo che si parla sempre: di connessioni. E Roggi ce le fa vedere, attraverso il metallo, attraverso gli alberi, attraverso il guscio, attraverso la pallina che contiene tutto, per poi liberarsi. E per dirla tutta, non è un messaggio da poco.
Rami di rame,
radici di bronzo,
schiudono uova,
in potenza raccontano,
di fermarsi a respirare,
per restare un po' più umani.
#laforzadellamore
C.